Apocalypto


Chi mi ha letto, sa cosa intendo per fantascienza e nel modo in cui viene da me trattata.

Trovo meravigliose le navi spaziali, le spade laser e gli alieni ma, queste non sono il mio punto di riferimento. Poiché sono sempre più convinto che la “vera fantascienza” ci circonda quotidianamente, ho ritenuto opportuno “esorcizzare” questo senso di apatia e rassegnazione che coinvolge tutti, attraverso storie e riflessioni su sfondi di tipo futuristico, cosa che poi tanto futuristico non è. Le vere atrocità che l’uomo continua a rivolgere verso i suoi simili e verso il pianeta che lo ospita è la vera “Fantascienza”.

Da questa realtà che personalmente ritengo assurda, trovo spunto per i miei romanzi.

“Se esiste qualcosa di veramente fantascientifico è l’assurdità dell’essere umano”

Massimiliano Cerrone

Prossima pubblicazione …. (in fase di scrittura)

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Perché Apocalypto? Perché è la storia di un declino. Il fulcro principale del romanzo è appunto il declino. Il declino. Il lato oscuro della nostra società che, consapevole dei propri sbagli, continua non curante a farne degli altri. Ovviamente gli “altri” non rappresentano la maggioranza, ma per un oscuro motivo, pochi, riescono a farla sempre franca sui molti. Unica pecca di tutta la faccenda è che a subirne le conseguenze sono sempre gli altri, ma non i “pochi”.

Tratto da Apocalypto…

Era notte fonda. Mentre la forza della natura sembrava scaricare tutta la sua potenza attraverso fulmini e pioggia, la furia dell’uragano si faceva sempre più vicina. Si era allontanato parecchio da quello che sembrava essere l’occhio del ciclone, ma dentro di lui sapeva di non trovarsi al sicuro, una vocina continuava a ripeterglielo e tutti gli eventi, sembravano dargli ragione. Era bastato un frettoloso e inquietante annuncio alla radio per mettere tutti in agitazione. Tutto il paese era in subbuglio, la calma aveva abbandonato gli abitanti del piccolo villaggio e un senso d’agitazione, sembrava avere avuto la meglio sulla razionalità e sul sangue freddo, anche dei più coraggiosi. Chi correva da una parte, chi correva dall’altra, sembrava che tutti scappassero da un nemico mortale ed invisibile che mieteva vittime al suo passaggio. Il sangue dentro le sue vene sembrava ribollire e tensione, sudore, agitazione, paura, la gola arsa dalla sete, sembrava indurlo alla follia. Tutto dentro di lui lo spingeva a trovare una via di fuga, ma ovunque posasse lo sguardo il suo istinto gli sussurrava di non fidarsi. Era immerso come protagonista, nel più degli allucinanti scenari che madre natura poteva creare. Gli alberi intorno a lui sembravano pedine di una domino a cascata. Esili e fragili, privi della ben che minima resistenza, sembravano piccoli stuzzicadenti tra le dita di un gigante. Lo scricchiolio di travi, il frastuono delle tegole sradicate si altalenava al frastuono della tempesta e tutto sembrava essere il frutto, di uno spartito musicale demoniaco. Di tanto in tanto erano percettibili piccoli frammenti di suoni che, riuscendo a trovare strada tra il fragore della tempesta, giungevano alle sue orecchie straziandolo, come fosse un lamento prolungato di sofferenza e angoscia. Piccolo e inerme, non era che un batuffolo di vita in un mare di morte in tempesta. Il vento sferzava così forte, che anche le colonne più possenti, cadevano come castelli di sabbia, sotto il peso di una montagna. Non era la prima tempesta a cui assisteva e di certo non sarebbe stata l’ultima, almeno lo sperava, ma quella volta, sembrava che tutta l’ira degli dei fosse racchiusa in quelle raffiche di vento dalla potenza straordinaria e allo stesso tempo terrificante. Erano ormai più di dieci anni, che gli eventi della natura sconvolta dal livello di inquinamento, si susseguivano con manifestazioni più o meno distruttive, sotto gli sguardi attoniti dei sopravvissuti. L’elevato tasso di radiazioni presenti nell’atmosfera, le piogge acide e un brusco cambiamento del clima, si alternavano quotidianamente a ritmo incessante. Si viveva sul filo del rasoio con il ricordo di quella che un tempo era una vita normale, sotto il peso della distruzione, del 2042, l’anno del cataclisma che sconvolse ogni cosa, compresa la speranza di un futuro; infine, la noncuranza dell’essere umano, aveva dato i suoi frutti. La mancanza di volontà da parte dei popoli, il desiderio di ricchezza e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, avevano certamente messo la parola fine ad un possibile futuro, fino a che, il 2070, segnò il grande esodo, verso le profondità del pianeta. Degli otto miliardi di persone, solo due ancora calpestavano quel poco che era rimasto di un pianeta ormai morente. …

Massimiliano Cerrone

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